I Sicani

Tratto dalla monografia storica “Il Medioevo Ellenico” di Luciano RizzutiSalvatore Estero Editore 2009 Sciacca (Ag)lucianorizzuti@virgilio.it
Ancora oggi i Sicani costituiscono un mistero perché non hanno lasciato testimonianze scritte ma,spigolando nelle tracce della loro cultura materiale, nelle fonti storiche, su alcuni repertiarcheologici e fra le righe della saga di Dedalo-Cocalo-Minosse, possiamo cogliere alcuni aspettiinteressanti.Sulle loro origini gli antichi storici hanno dato risposte diverse.Antioco di Siracusa, riportando una tradizione orale indigena, ci fa intendere che i Sicani siritenevano autoctoni. Dello stesso avviso sono i conterranei Timeo e Diodoro Siculo.Tucidide1 sostiene invece che erano pervenuti dall’Iberia e che, cacciati dai Liguri, si stanziarononell’isola di Trinakria cambiandone il nome in Sikania. Questa tesi è condivisa da Filisto2, Eforo3 eDionigi di Alicarnasso4, mentre Pausania5 sostiene che arrivarono dall’Italia.Come si può constatare, il problema non è di facile soluzione, ma andiamo per gradi.Sull’antica denominazione dell’isola possiamo essere d’accordo con Tucidide perché se i Siculi,come ci dicono le fonti, cambiarono il nome Sikania in Sikelia è credibile che anche i Sicani,stanziatisi nell’isola precedentemente, abbiano sostituito l’originario nome Trinakria in Sikania.Poiché l’isola fu abitata dall’uomo del paleolitico, del mesolitico e del neolitico il cambiotoponomastico da Trinakria in Sikania attesterebbe l’arrivo di nuova gente, la quale vainevitabilmente ricondotta ai Sicani. Per questa ragione riteniamo che essi non possono essereconsiderati autoctoni.Il loro arrivo nell’isola, infatti, è testimoniato dalla comparsa delle tombe a grotticella artificialescavate su pareti verticali di roccia che sostituirono quelle ipogeiche dell’età del rame e le piùantiche risalgono all’inizio dell’ età del bronzo (2200 a.C.).Tre di queste tombe sono state scoperte a Castelluccio (Siracusa) chiuse ancora da portelli di pietrasu cui erano scolpite delle figure antropomorfe e decorazioni spiraliformi.

Tombe e portello tombale di Castelluccio – età del bronzo anticoQueste oggi costituiscono una rara testimonianza di scultura indigena della Sicilia preistorica equella che vediamo nella foto ci offre una chiara dimostrazione delle conoscenze che i Sicaniavevano sulla funzione degli organi genitali maschili e femminili abilitati alla fecondazione.i Sicani abitavano anticamente in villaggi e avevano costruito le loro città sulle alture piùforti a causa dei pirati. Essi non erano sottoposti al comando di un unico re ma in ciascunacittà vi era un signore.Sui monti essi impararono a raccogliere e a conservare l’acqua; a tracciare i sentieri per scendere avalle dove praticavano l’agricoltura, la pastorizia e la caccia; a costruire i terrazzamenti perinnalzarvi i santuari e la reggia del sovrano; a spianare la roccia per edificarvi le abitazioni o ascavare le pareti dei monti per realizzarvi le tombe a grotticella.Tali necessità li rese straordinariamente abili nella lavorazione della pietra.7.2 I Sicani della Sicilia orientaleLe testimonianze storiche ci dicono che inizialmente i Sicani occuparono l’intera isola, ma nel XIIIsec. a.C., a seguito dell’arrivo dei Siculi, dovettero spostarsi verso occidente stanziandosi ad ovestdel fiume Himera (Salso). Contestualmente si incrementarono le popolazioni di alcuni centriarroccati sulle alture interne, come Polizzello, Monte San Mauro, Sabucina, Monte Dessueri, Buterae soprattutto Pantalica.Ad incrementare il numero degli abitanti di queste roccaforti non possono essere stati i Siculi, cometaluni studiosi sostengono, ma riteniamo che siano stati quei Sicani della Sicilia orientale che pertanti anni erano vissuti a contatto con i Micenei di Thapsos e di Villasmundo, i quali non volleroallontanarsi dalla loro terra, mentre i Siculi, come si evince dai loro primi insediamenti,privilegiarono le coste (Zancle, Naxos, Suraka, Katane) e le terre pianeggianti (Leontinoi).Di contro si assiste al perdurare dell’architettura funeraria della tomba a tholos lungo la fasciameridionale dell’isola che, partendo da Augusta, va a Monte Campanella (Milena), Monte Ottavio,Monte S. Vincenzo (Caldare), Sant’Angelo Muxaro, fino ad Anguilla (Ribera).Il massiccio incremento della popolazione sicana di Pantalica diede vita alla cultura omonima chegli storici hanno ripartito in quattro fasi ampiamente documentate:1) Pantalica Nord (1270 – 1000 a.C.)Il corredo funerario venuto alla luce è ricco di oggetti bronzei (coltelli, rasoi, fibule ad arco diviolino o semplice), forme fittili e metalliche ispirate al repertorio egeo. Si afferma il tornio e laceramica di colore rosso e alcuni esemplari seguono la cultura di Thapsos (ceramica rossa conlunghi piedi tubolari). Sulla parte più alta del sito si trova l’anaktoron, il quale fu ritenuto fino apoco tempo fa un palazzo, ma oggi è riconosciuto come un ampio magazzino con annessa fonderia.2) Cassibile (1000 – 850 a.C.)Compare la ceramica dipinta a motivi piumati, le fibule sono con arco a gomito o ad occhio conspillo rettilineo; compaiono le asce a cannone.3) Pantalica sud (850 – 730 a.C.)La ceramica si ispira allo stile geometrico; compaiono frequenti anelli, bottoni, spirali a disco el’oinochoè trilobata; la fibula è più sottile e leggera.4) Finocchito (730 – 650 a.C.)La ceramica, riconducibile al protocorinzio, è costituita da scodellini con tre o quattro anse adanello ad imitazione dei prototipi bronzei. Fa la sua apparizione il ferro.6 Diodoro Siculo, op. cit. V, 6Queste testimonianze dimostrano che la cultura di Pantalica ebbe unanni ed essi coprirono, senza soluzione di continuità, tutto il periodo del Medioevo Ellenico.7.3 I Sicani della Sicilia occidentaleI Sicani della Sicilia occidentale vissero una storia molto più travagliata perché con l’i dei Fenici a Motya e dei Megaresidell’isola e fissare il confine occidentale al fiume dei Cretesi ad Agrigento (VI sec. a.C.) do all’Halykos (Platani).

Con l’espansione di Selinunte fino a sec. a. C.) il territorio sicano si restrinse al(ovest) e Verdura (est). Successivamente il territorio venne conteso tra le due città e con i trattati punici del 382308 il confine tornò più volte all’ Sulle alture, che da loro presero il nome dicultura si conservò più a lungo non essendo stata condizionata né dalle incursioni micenee, né daalcun insediamento siculo.Tra questi ricordiamoAnkire, Crastus, Erbesso, Halycie, Ikkara, Indara, Ippana, Makara, Miskera, Mokarta, Nisa,Omphache, Ouessa, Schera, ScirteaPoiché, come dice Diodoro, in ogni città regnava un sovrano, possiamo desumere chSicani, come i Micenei ed i Siculi, non diedero vita ad uno stato unitario.La tradizione storica ci ricorda Teuto rappresentò la più alta espressione della civiltà sicana, ma non ci spgestivano la politica.Qualche indizio però possiamo coglierlo nella leggenda narrata dahanno tramandato Pausania, Erodoto, Sequestre, Strabone e in quelle che ci offre l’Componiamo le loro testimonianze secondo una opportuna sequenza cronologica e proviamo atracciare un profilo storico del regno sicano di Cocalo.* […] nel luogo chiamato Camico, Dedalo costruì una città che si trova su una rupe, la piùsalda di tutte, assolutamente inespugnabile con la violenza: con un artificio ne fece la salitaangusta e tortuosa, da potersi difendere con tre o quattro uomini. Perciò Cocalo in questacittà fece costruire la reggia, vi depositò le sue ricchezze e la conservò inespugnata graziealla inventiva dell’architetto (Diodoro IV, 78).* [Nel 258 a.C. n. d. A.]… si recò a Camico, fortezza di Akragas, prese anche questa permezzo di traditori; impiantò un presidio sul posto (Diodoro XXIII, 9).- Gli storici antichi indicano in Cocalo il re di una città che, secondo Pausania, portava il nome diInycon, nota nell’antichità anche per il suo ottimo vino. In essa fu accolto il fuggiasco Dedalo ilquale, per ricambiare il favore ricevuto, con un’opera di scavo rese accessibile ed abitabileun’ampia rupe cui attribuì il nome di Camico e la offrì in dono a Cocalo.Il punto fondamentale da chiarire è se l’architetto, col suo intervento, diede vita ad una città o aduna fortezza.- Diodoro nella leggenda la chiama città (πόλις), ma quando riporta la notizia della sua caduta,avvenuta per mezzo di traditori nel corso della prima guerra punica (258 a.C.), la chiama fortezza(φρούριον).Riteniamo più attendibile la seconda definizione perché essa fa riferimento ad un evento storico enon ad una leggenda.- Sulla rupe Cocalo fece costruire la sua nuova reggia, vi depositò le sue ricchezze e la conservòinespugnata. Essendo egli ritenuto il re di una città e non il capo di una tribù di nomadi, è legittimoritenere che il suo popolo non lo seguì ma continuò a vivere ad Inycon e Diodoro, non avendo fattoalcun cenno ad altri spostamenti, conferma questa tesi tanto più che, dopo il trasferimento delsovrano a Camico, la città continuò ad essere abitata perché, come ci tramanda Erodoto8,* Ippocrate di Gela (V sec. a.C. n. d. A.) fece arrestare Scite, signore di Zancle e lo relegò colfratello di lui Pitogene nella città di Inica (sic).* Scite fuggì da Inica (sic) a Himera e, da qui, passato in Asia, si recò presso il re Dario ilquale lo giudicò il più onesto di tutti gli uomini che della Grecia s’erano recati da lui.mentre Platone9 ci ricorda che in questa città insegnò il sofista Ippia (V sec. a.C.)* E tu allora eri in grado di rendere migliori i figli degli Iniceni ma non eri in grado di farlocon i figli degli Spartani?* In Sicilia e a Inico, amico mio, credi che avrebbe più possibilità?Possiamo allora sostenere che il re scelse questa fortezza come nuova sede regale perché in essaintravide una maggiore sicurezza per sé e per il suo popolo dove, grazie alle sue ampie capacitàricettive, tutti quanti avrebbero potuto trovare riparo, come di fatto avvenne quando Camico fuassediata dai Cretesi (Erodoto VII, 170).- La tradizione storica ci ricorda che le città dell’età del bronzo disponevano di un’acropoli, comequella di Pergamo a Troia, di Cadmea a Tebe, di Büyükkale ad Hattusas e non sono rari i casi incui il nome della residenza regale si sia sovrapposto a quello della città. Micene, in fondo, per le suepiccole dimensioni non può che essere stata l’acropoli di una città di cui ignoriamo il nome. E’allora ragionevole ritenere che anche la coeva Inycon (XIII sec. a.C.) fu dotata di un’acropolichiamata Camico ed essendo questa passata alla leggenda per aver resistito a cinque anni di assedioil suo nome si sovrappose a quello della città.- Stefano Bizantino10, infatti, attingendo a Duride di Samo (IV sec. a.C.) riferisce che Charax non faalcuna distinzione fra i due centri sicani e alla voce Camico dà questa definizione:* Città della Sicilia su cui regnava Cocalo al tempo di Dedalo, ma Charax la chiama Inycon(πόλις Σικελίας, εν η Κώκαλος ήρχεν αιδαλόυ. Χάραξ δε Їνυκον ταύτην φησιν).Questa indicazione è ribadita da Pausania quando afferma che Dedalo riparò ad Inycon, città dellaSicilia, presso Cocalo.Tutto ciò dimostra che la fortezza costituì una propaggine della città e che entrambe erano vicine edinterdipendenti perché governate dallo stesso sovrano. PerciòCamico fu l’acropoli di Inycon.- Secondo la testimonianza di Pindaro11* [Nel 478 a.C.] Ippocrate e Capi, avendo tramato contro Terone e sconfitti a Himera piùtardi si rifugiarono a Camico, città della Sicilia.I due congiurati dopo la sconfitta non possono, per ovvie ragioni, aver cercato asilo nel territorio diAgrigento (sud), né in quello di Himera (nord) perché questa città nel 483 a.C. era passata sotto ildominio del tiranno, e nemmeno possono aver chiesto ospitalità a Gelone di Siracusa (est) inquanto una loro accoglienza avrebbe guastato i suoi rapporti col suocero Terone, fortementeconsolidatisi dopo la brillante vittoria conseguita dai due tiranni a Himera nel 480 a.C. suiCartaginesi. Ed allora ad accogliere Ippocrate e Capi fu quel piccolo regno indipendente situato adovest di Agrigento, la cui capitale Inycon-Camico sorgeva sul Kratas ed i cui confini nel V sec.a.C. erano segnati dai fiumi Carabollace (Alabon – ovest) e Verdura (Camico – est)12. La scelta deidue fratelli, quindi, esclude l’ipotesi che Inycon-Camico al tempo di Terone (V sec. a.C.) fossesottoposta al dominio di Agrigento e che essa abbia ospitato la tomba di Minosse.Erodoto ci riferisce che dopo la morte del talassocrate (VII, 170)* Passato un po’ di tempo, per incitamento d’un dio, tutti i Cretesi, in massa, eccetto quellidi Policne e di Preso, venuti con grande flotta in Sicania, avrebbero assediato per cinqueanni la città di Camico, che ai miei tempi era abitata da Agrigentini.Essendo vissuto ai tempi di Ippocrate e Capi (V sec. a. C.), è ipotizzabile che lo storico abbia volutoindicare negli Agrigentini di Camico quei cospiratori sopravvissuti alla sconfitta di Himera i quali,con i cugini di Terone, si sarebbero asserragliati nella fortezza, il cui confine con Agrigento era aquel tempo segnato dal fiume Verdura, alias Camico, che scorre ai piedi del Kratas. Da qui la frasedi Vibio Sequestre13 attinta forse da Filisto o da Timeo (V sec. a.C.):* Camicos Siciliae, ex quo urbs Camicos, dividit Agrigentinos…Camico (Verdura) fiume della Sicilia, da cui prese il nome la città di Camico, divide gliAgrigentini (di Camico da quelli di Agrigento n. d. A.).Secondo questa testimonianza il corso superiore del Platani non può aver segnato una linea didivisione con Agrigento perché esso scorre a nord di Sant’Angelo Muxaro (la presunta Camico diP. Griffo) mentre la città è a sud, né può aver costituito un confine con Himera perché questo, primadella conquista di Terone, era segnato dai fiumi Torto-Freddo.La massiccia presenza dei congiurati a Camico e la caduta della tirannìa di Trasideo (472 a.C.),figlio di Terone, proiettarono la città nell’orbita agrigentina inducendola a cambiare il nome sicanoin quello greco di Triokala, il cui toponimo sintetizza le stesse peculiarità di Inycon – Camico:un forte sistema difensivo, abbondanza d’acqua e fertilità del suolo.Plinio il Vecchio, nella sua “Storia Naturale”, sostiene che Giulio Cesare nei pubblici convitiprediligeva i vini di Triokala, alias Inycon.Le fonti storiche non ci hanno tramandato nomi di colonie greche nel territorio compreso tra ilBelice e il Platani, mentre ci ricordano quello di Triokala città della Sicilia, così la definisce Filistodi Siracusa (430 – 356 a.C.)14.Ma essa è di origine sicana e questo dimostra che la città ebbe un ruolo dominante e predominantenel territorio e che la sua centralità politica si protrasse fino alla sua caduta avvenuta nel corso dellaprima guerra punica, come ci riferisce Rosalba Panvini15 che ha diretto gli scavi archeologici neglianni 1983/85 a Caltabellotta in contrada S. Benedetto,* L’area del terrazzo ed il sito (Triokala arcaica n. d. A.) vennero abbandonati e ciò è dacollegare alle vicende della guerra punica quando la città venne distrutta dai Romani. Lafrequentazione della zona riprese in epoca medievale come punto di avvistamento militare.La seconda testimonianza si accorda cronologicamente con quella di Strabone, vissuto nel I sec.a.C. cioè due secoli dopo la caduta di Camico (258 a.C.), quando, riferendosi all’acropoli diInycon-Triokala, scrive:* […] molte città indigene sono ugualmente disabitate, come Camico residenza regale diCocalo, dove si dice che Minosse era stato ucciso con l’inganno16.Se il sito che ospitò Camico fu ritenuto inespugnabile, questa peculiarità deve averla conservataanche dopo la capitolazione dell’acropoli, perché i Romani avranno sicuramente demolito le suestrutture abitative e cancellato il suo nome, ma non possono aver raso al suolo la rupe; ed essendoessa così strategicamente forte non può essere stata abbandonata per sempre.E’ vero che di Cadmea, Büyükkale e Micene si sono perse a lungo le tracce, ma la storia di Camicoè diversa perché di essa abbiamo notizie fino al III sec. a.C. e perché la rupe, dove noi collochiamol’acropoli di Cocalo, nei secoli successivi fu sede di altri eventi storici non meno straordinari dell’assedio dei Cretesi. In Appendice I forniremo una puntuale indicazione.7.4 Sulla provenienza dei SicaniUno sguardo sommario sulla carta archeologica della Sicilia dell’età del bronzo, elaborata da LuigiBernabò Brea, ci fa notare che le tombe a grotticella artificiale scavate nella roccia e riconosciutedi matrice sicana si trovano dislocate in massima parte lungo la fascia sud-orientale dell’isola edesattamente nelle seguenti località:Aci Trezza, Busonè (necropoli a grotticella sulla strada Raffadali – Agrigento), Butera (necropoli aPiano della Fiera), Calascibetta (tombe a grotticella nel pendio roccioso del Cozzo S. Giuseppe),Caltagirone (tombe preistoriche del tipo di Pantalica), Cammarata (Acqua Fitusa), CanicattiniBagni (tombe a grotticella in contrada S. Alfano), Cassibile (9.000 tombe a grotticella a CugnoSpinetta), Castelluccio (circa 200 tombe a forno), Comiso (nei dintorni numerose tombe agrotticella), Ispica (numerose tombe a grotticella e frammento di pithos minoico con contrassegno aforma di tridente), Milena, Montagna di Marzo (tombe di vario tipo), Monte Bubbonia (tombepreistoriche), Monte Dessueri (grande necropoli simile a quella di Pantalica), Monte Desusino (suisuoi fianchi numerose tombe a grotticella), Monte Saraceno (centro sicano e tombe preistoriche),Noto Antica (oltre 500 tombe a grotticella), Pantalica (5000 tombe a grotticella), Polizzello (grandesantuario pansicano), Raffadali (tombe a grotticella sul monte Guastanella), Sabucina (tombesicane), Sant’Angelo Muxaro (necropoli sul vicino Monte Castello), Thapsos (400 tombe agrotticella con vestibolo), Valsavoia (Ct), Vassallaggi (Cl).Mentre nel settore settentrionale troviamo soltanto Capaci, Moarda, Tindari, Milazzo e, nelle isoleEolie, Calcara, Castellaro, Capo Graziano, Lipari.

La Sicilia nell’età del bronzo (L. Bernabò Brea)La concentrazione delle necropoli cosiddette castellucciane nella parte sud- orientale dell’isolainduce a ritenere che i Sicani non possono essere arrivati dall’Iberia, come sostiene Tucidide, nédalla penisola italica, come afferma Pausania, perché diversamente avremmo assistito ad una loropiù consistente presenza nella Sicilia nord-occidentale.E’ ipotizzabile allora che i Sicani siano pervenuti dal Mediterraneo orientale e questa tesi sarebbesupportata dalle scelte che successivamente fecero i Micenei, poi i Siculi e infine i coloni greciquando, venuti anch’essi dall’ Egeo, si stanziarono in questa stessa parte dell’isola.Poiché l’organizzazione politica dei centri sicani rispecchia fedelmente quella dei regni micenei edelle città dell’Anatolia (Hattusas, Troia) e che, come sostiene Luigi Bernabò Brea17,il tipo della grotticella artificiale è senza dubbio di origine orientale: lo si trova in Palestina, aCipro, nelle isole Cicladi, nel Peloponneso, a Creta e a Malta, ma prende una diffusionelarghissima sia nella penisola italiana (Cellino S. Marco, Gaudo, Rinaldone), sia in Siciliapossiamo supporre che tra i popoli del Mediterraneo orientale ed i Sicani intercorse uno strettolegame e che la loro provenienza potrebbe essere ricercata in quelle terre dove nel corso dei secolifrequenti eventi sismici hanno segnato profondamente la loro storia.Per suffragare questa tesi bisogna allora fare nuovi percorsi e penetrare in quel territorio sicanodella Sicilia sud-occidentale non visitato da Paolo Orsi (1859 – 1935) e da Luigi Bernabò Brea17 L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, pag. 63, Il Saggiatore 1982 Milano(1910 – 1999), ma ben noto a Julius Schubring (1839 – 1914)18, dove i Sicani vissero più a lungo ele cui testimonianze ci permettono di delinearne un profilo geopolitico.Ci riferiamo ovviamente ai Monti Sicani ed in particolare al Kratas.

In attesa di una illuminata iniziativa, noi proponiamo alcune peculiarità che questo territorio offre:- quattro necropoli a grotticella artificiale scavate su pareti verticali di roccia e dislocate neiquattro punti cardinali;- abbondanza d’acqua: oltre alle numerose sorgenti naturali, nel suo territorio, delimitato daifiumi Platani (Halykos) e Belice (Hypsas), scorrono anche il Magazzolo (Alba – Hisburos), ilVerdura (Camico), il Tranchina-Bellapietra (Wadi Allabù), il Carabollace (Alabon) e ilCarboj (Achates)19;- fertilità del suolo (le valli percorse dai suddetti fiumi oggi ospitano una fiorente agricoltura);- un forte sistema difensivo (la cima più alta raggiunge m. 953 s.l.m.);- una rupe inaccessibile con una visibilità a 360°;- una breve distanza dal Canale di Sicilia, con diversi punti di approdo;- una straordinaria stazione idro-termo-vaporosae perché in esso si scorgono degli indizi che possono aiutarci a dare una risposta ai quesiti che cisiamo posti e alla vicenda dell’arrivo di Dedalo in Sicilia.I punti su cui concentreremo la nostra attenzione sono i seguenti:● Le tombe dei Cappuccini e di S. Marco di Caltabellotta presentano fortissime somiglianze conquelle di Pantalica nord perché anch’esse furono scavate su pareti verticali di roccia e sonoindubbiamente di fattura sicana perché, come sostiene Vittorio Giustolisi20,

nelle dimensioni e nel sistema di chiusura, nella volta semicircolare piana e declinante versol’apertura, dal cui arco scendono svasando le pareti interne curve, sono identiche adesemplari della necropoli di Castelluccio.● Se questo nostro accostamento ha una valenza storica, possiamo ipotizzare che anchel’insediamento dei Sicani sul Kratas-Caltabellotta fu coevo a quello di Pantalica nord e che lafortezza di Camico fu costruita e abitata nello stesso periodo (XIII sec. a.C.).● Ma se a quel tempo, come ci fa intendere Diodoro, Cocalo viveva sui monti dobbiamo supporreche il suo popolo occupò le alture in epoca precedente. L’arrivo dei Sicani potrebbe allora esserecollegato all’esplosione avvenuta nell’isola di Thera tra il 1500 – 1400 a.C. (pag. 39) quando ilvulcano riprese l’attività ed il suo cono sprofondò costringendo gli abitanti a riparare in terrelontane. Nell’isola egea, come sappiamo, non sono stati trovati resti umani, né oggetti di valore. Aquesto evento seguì anche la distruzione di Cnosso e di molte città cretesi i cui abitanti furonocostretti ad evacuare perché le loro colture furono devastate dai vapori velenosi e dalle nubi dicenere e lapilli. Risale a questo periodo la nascita in Sicilia della cultura di Thapsos. Iltrasferimento, o l’incremento, della popolazione di Cocalo sul Kratas potrebbe essere avvenutosuccessivamente, quando a circa 15 km a sud di Caltabellotta, nei pressi di Ribera, i Micenei siinsediarono a Scirinda e poi quando in prossimità della costa fondarono lo scalo commerciale diMagone-Anguilla.In questa contrada negli anni ’80 sono state rinvenute 28 tombe, alcune del tipo a tholos condromoi e altre a grotticella artificiale.● Ma non essendo autoctoni i Sicani potrebbero essersi stanziati in Trinakria prima del XV sec.a.C. e questo passaggio potrebbe essere avvenuto tra il 1650 – 1644 a.C. quando l’isola di Thera fusconvolta da un terremoto. Allo stesso periodo sono riconducibili i segni di distruzioni dei palazzicretesi del periodo paleopalaziale, poi ricostruiti, e l’insediamento di Ciavolaro (XVII sec. a.C.)nei pressi di Ribera, mentre nel Peloponneso cominciò a consolidarsi il potere miceneo.● Oppure potremmo farlo risalire al 2200 – 2150 a.C. (pag. 39) quando Creta fu investita da unviolento maremoto che cancellò i suoi villaggi costieri, causò la scomparsa della cultura megaliticadi Malta (Tarxien), la distruzione di Troia III (2200 – 2050 a. C.) e accentuò il fenomeno termaledel Monte Kronio (pagg. 133, 34). In questo periodo si concluse l’età del rame e iniziò quella delbronzo. Successivamente a Creta sorsero le città di Cnosso, Mallia e Festo, dove si diffuse la lingualuvia e la scrittura in lineare A, mentre i Sicani, rifugiatisi in Trinakria, cambiarono latoponomastica dell’isola in Sikania, dando vita alla cultura di Castelluccio.Quest’ultima ipotesi pone però un problema di carattere logistico: se a quel tempo il Mediterraneonon era infestato dalle scorrerie dei pirati micenei, perché i Sicani si stanziarono sui monti, anzichélungo le coste?Riteniamo che la risposta vada ricercata proprio in quelle stesse cause che determinarono il lorotrasferimento in Sicilia ed esse ci riconducono inevitabilmente agli eventi sismici che nel 2200 -2150 a.C. segnarono la fine dei villaggi costieri di Creta.Ancora oggi è vivo il ricordo di quell’onda anomala che il 26 dicembre 2004 devastò 6000 km dicosta delle Maldive e della Thailandia, causando 230.000 vittime, e spazzò via tutti i villaggidisseminati lungo i litorali.

Tale fenomeno, che ha origine in alto mare, è denominato tsunami (onda del porto) perché rivela lasua violenza devastante solo a pochi metri dalla riva ed è molto temuto anche dai Giapponesi perchénel 1896 un’onda alta 25 metri si abbatté sulla costa di Sanriku, uccidendo in un sol colpo 22.000persone.Se sul finire dell’età del rame gli abitanti di Creta andarono in contro ad una simile catastrofe, qualealtra possibilità avrebbero avuto i superstiti di sopravvivere se non quella di prendere il largo?Potrebbe allora essere stata questa la ragione che costrinse i Cretesi ad emigrare in terre lontane eproprio perché sconvolti dal terrore andarono ad annidarsi sulle alture, ma debitamente distanti dalmare.Oggi, quando si manifestano fenomeni di questo genere, il primo provvedimento che la ProtezioneCivile adotta è proprio quello di invitare la popolazione a trasferirsi sulle zone montane per evitarele micidiali frustate delle onde marine.E’ dovuto al caso se le grandi città di epoca minoica e micenea (Cnosso, Gla, Orcomeno,Micene,Tebe) sorgevano nell’entroterra? Anche Sparta (40 km) e Atene (20 km dall’acropoli alPireo), furono costruite lontane dalla costa e Poseidone, il tanto temuto dio del mare e dei terremoti,simboleggiò efficacemente queste due forze della natura.7.5 Possiamo allora indicare nei Sicani un filum che li lega ai Cretesi?Siamo consapevoli che insistere su un’ipotesi di questo genere è estremamente arduo perché le variesovrapposizioni culturali avvenute nell’isola hanno cancellato ogni traccia di queste due civiltà.Le ceramiche rinvenute a Sabucina, con motivi decorativi floreali accostabili ad esperienzefigurative del mondo cretese di età minoica, sono ben poca cosa per affrontare una ricerca di questavalenza.Tuttavia proveremo a trovare altri indizi che possano aiutarci a ricondurre i due popoli ad unacomune origine. Orienteremo la nostra indagine● sulle più recenti scoperte archeologiche;● sulla religione, una categoria dello spirito umano immutabile nel tempo e nello spazio che tutti ipopoli del mondo praticano e portano con sé, ovunque essi vadano;● su un nuovo metodo di ricerca di carattere biologico ed antropologico.L’archeologia in questi ultimi anni ha intensificato glimolto interessanti si sono rivelati quelli fatti daMontechiaro) da cui è emersa un’immagine della Sicilia del II millennio

attiva, aperta alle dinamiche mercantili legate alla risorsa mineraria dello zolfo, la cuiraffinazione è documentata ampiamente dalle fornaci del sito costiero di Monte Grande.L’abbondanza di ceramica di tipo egeo rinvenuta in contesti castellucciani datdal XVIII sec. a.C. indica l’antichità dei rapporti mercantili delle genti costierecastellucciane con i partners egei molto tempo prima dell’ arrivo dei micenei in Sicilia, che sipuò collocare alla fine del XV sec. a.C.Se la frequentazione dei Miceneicommerciavano nel XVIII sec. a.CDiodoro22 ci informa che dopo la morte di Minosse in Sicilia[…] coloro che lo avevano accompcorpo del re, costruirono un duplice sepolcro, e posero le ossa nella parte nascosta, mentre inquella scoperta costruirono un tempio diEgli venne onorato per molte generazioni e gli abitanche il tempio appartenesse ad Afrodite.Una sepoltura dello stesso tipo scoperta da Evans a Creta fece sostenere ala temple-tomb scoperta a Cnosso fornisce la prova più convincente che la tradicolonia minoica in Sicilia sia veritiera,ma secondo il Becatti si tratterebbe di unaÈ ancora Diodoro24 ad informarci che il più antico culto praticato dalle popolazioni sicane fu quellodelle Meteres (Μητέρεζ) e sostiene che esso venne introdotto in Sicilia dai Cretesi quando, mortoMinosse e rimasti senza navi perché bruciate dai Sicani, furono costretti a riparare verso l’internodove fondarono Engio,[…] e quando ebbero costruito il tempio delle Madri, onorarono le dee in modostraordinario, adornando il loro tempio con molte offerte. Dicono che esse fossero statetrasportate da Creta, perché anche presso i Cretesi queste dee vengono onorate in modostraordinario.scavi sulla costa meridionale dell’isola eGiuseppe Castellana21a Monte Grandedella Sicilia del II millenniosud-occidentale nell’antica e media età del bronzoC..in Sicilia iniziò nel XV sec. a.C., i partners C. dovevano necessariamente essere i Minoiciaccompagnato nella spedizione seppellirono splendidamente il Afrodite.abitanti del luogo offrivano sacrifici pensando T. J. Dunbabin villa o di una casa signorile.Anche Aristotele (f. 485) ed Eraclide Lembo (f. 29) ci dicono che i Cretesi, dopo aver ingrandito ilterritorio a spese delle popolazioni indigene, costruirono il tempio delle Madri, dove Odisseodepose le sue lance ed il cretese Merione il suo elmo, dopo essere tornati dalla guerra di Troia.Ce ne dà conferma Plutarco25 il quale riferisce chein Sicilia esiste una città, a nome Engio, piuttosto piccola, ma molto antica e famosa perl’apparizione delle dee che chiamano Madri. Il tempio che vi sorge si dice sia stato costruitodai Creti (sic). Nell’interno si mostravano al visitatore alcune lance ed elmetti di bronzo coninciso il nome di Merione e di Ulisse, ossia di Odisseo, che li dedicarono alle dee.Mentre Cicerone26 nelle sue Verrine ci ricorda chegli abitanti di Engio hanno un santuario della Grande Madre(Matris Magnae fanum apud Enguinos est) e poi[…] te o santissima Madre Idea, perché ad Engio, nel tuo augustissimo e religiosissimotempio…(Teque sanctissima Idaea, quam apud Enguinos, augustissimo et religiosissimotemplo).Sulla presenza a Creta di una divinità che portava questo nome è stato avanzato qualche dubbio maoggi, come ci informa Dario Palermo27, ha contribuito a dissolverlola scoperta di una epigrafe ad Eleutherna, sulle pendici del Monte Ida, contenente uncalendario rituale all’interno del quale compaiono proprio le Meteres.La Grande Madre di Cnosso (fig. 1), accostabile alla Madre Terra di Minet el Beyda di Ugarit (fig.2), veniva solitamente raffigurata con sembianze umane, con seni rigogliosi, simbolo di fecondità, enell’atto di stringere una coppia di serpenti, animali dell’Oltretomba. Ad essa erano consacrate lecorna di un toro (fig. 3) sacrificato dall’ascia bipenne (fig. 4) e fu durante il periodo dei secondipalazzi (1700 a.C.) che comparve il leggendario Minotauro, un essere con il corpo di uomo e latesta taurina. Tale simbologia si diffuse anche a Polizzello, nel cuore religioso della Sicania.

Il ritrovamento nella Cava di Ispica (Ragusa) di un frammento di pithos minoico con uncontrassegno a forma di tridente, simile a quello rinvenuto a Cannatello (XIV sec. a.C.) e lascoperta nel santuario di Polizzello di un bronzetto anch’esso a forma di tridente, databile alla primametà del VI sec. a.C. (fig. 5), ci riportano alla simbologia della Dea Madre e all’uso cretese (figg. 6,7) e anche miceneo (fig. 8), Potnia Sito era chiamata la Signora del Grano, di riprodurre idoletti conle braccia alzate.

Il santuario ha restituito anche un elmo di bronzo di tipo cretese della prima metà del VI sec. a.C. enei sacelli dell’acropoli B/4 B/7 B/9 sei punte di lance di ferro della stessa epoca.

Poiché l’insediamento di Polizzello risale all’età del Bronzo antico, ci sono fondate ragioni diritenere che il suo santuario possa essere riconducibile a quello di Engio e che possa risalireall’epoca della frequentazione minoica, dove il principe Merione e Odisseo avrebbero deposto unelmo e delle lance. Ma la compresenza dei due eroi nel santuario crea non pochi problemi perché ilprimo era nipote di Minosse28, mentre il secondo visse in età micenea. Possiamo allora ipotizzareche quello della deposizione delle armi fu un rito ricorrente presso i Minoici e i Micenei e che essovenne ripetuto in Sicilia oltre che nel XIII sec. a.C., come sostiene Diodoro (pag. 137), anche nel VIsec. a.C. quando i Cretesi, cacciati da Falaride (570-555 a.C.), ancora una volta si divisero in duegruppi: il primo si stanziò a Minoa, mentre il secondo si diresse verso Polizzello per offrire alleMeteres queste armi rinvenute nel santuario, sostenendo che esse erano appartenute a Merione e adOdisseo, i due eroi ricordati da Omero nell’Iliade (pag. 21).Secondo il Ciaceri29 il culto della Dea Madre si sovrappose a quello indigeno delle ninfe e neltempo il nome venne sincretizzato in Demetra la quale, divenuta la principale divinità sicana, fecedella Sicilia la prima regione produttrice di grano.Si racconta che presso il lago di Pergusa (Enna) Plutone, il dio dell’Oltretomba, rapì Persefone (oKore), figlia di Demetra, e la portò con sé negli inferi, ma le concesse di tornare per sei mesi sullaterra durante i quali la dea avrebbe favorito il fiorire della natura.Non si può non riconoscere in queste due divinità una forte somiglianza con quelle cretesi della DeaMadre e del Serpente, le quali insieme esprimevano la metamorfosi della natura, che prima si nutredi sé stessa e poi ritorna alle origini. L’uso al plurale delle Meteres deriverebbe, quindi, dal doppioruolo della fecondità e delle forze nascoste della natura che esse rivestivano.

Il culto di Demetra si diffuse inizialmente ad Enna, poi a Siracusa, Mégara Hyblaea, Agrigento,Selinunte e la sua immagine venne raffigurata sulle monete di Lentini, Segesta, Panormo e Tindari,ma fu presente anche nel pantheon greco.La simbologia del tridente si conservò in quell’attrezzo agricolo (forcone con tre denti) che untempo il contadino siciliano usava per separare la paglia dalle granaglie.Siamo nel campo delle ipotesi, ma se questi nessi dovessero risultare fondati tutti i fili spezzatitornerebbero a riannodarsi perché le svariate congetture finora enunciate risulterebbero condivisibilie potremmo finalmente dare una risposta sulle vicende di Dedalo e sulla guerra di Camico:● Potremmo vedere nei Sicani un popolo cretese che sbarcato in Sicilia sul finire del III millenniodiede vita alla cultura di Castelluccio. Si potrebbe obiettare che a quell’epoca i Minoici nondisponevano di mezzi navali adatti a fare una così lunga traversata, ma a dissolvere questo dubbiosono le incisioni delle isole Cicladi, dove compaiono rappresentazioni di vascelli in mare e leraffigurazioni presenti nell’isola di Naxos attestano che nella prima età del bronzo era moltosviluppata la costruzione navale. Né possiamo ignorare la leggenda di Atlantide nella quale si parladella scomparsa di una civiltà che in tempi non ben definiti aveva raggiunto livelli straordinari.● Potremmo ipotizzare che gli eventi sismici del XVII e del XV sec. a.C. abbiano spinto altri esulia fare gli stessi percorsi tracciati dai loro antenati, perpetuando così in Sicilia la cultura delle tomberupestri a grotticella artificiale, come quelle scoperte a Ciavolaro (XVII sec. a.C.), a Scirinda e aMagone-Anguilla (XV-XIV sec. a.C.) e quindi sostenere che il culto delle Meteres non fuintrodotto dai Rodio-Cretesi di Gela o di Agrigento, come taluni storici sostengono, e nonnecessariamente nel XIII sec a.C. come vuole la leggenda, ma potrebbe risalire ad un’epoca ancorapiù remota.● In virtù della radice comune sic potremmo scorgere nei Sic-ani e nei Sic-uli i nomi di un unicopopolo che si stanziò in Sicilia in due epoche diverse e dare così ragione a Paolo Orsi30 il quale nonriscontrò alcuna differenza tra le due etnìe:Ho sempre parlato, e a proposito, di Siculi e non di Sicani. Il tipo dei sepolcri e il rito delseppellimento a masse od a famiglie, cogli arti lunghi ancora, per quanto debolmente, piegati,sono caratteristiche ostinatamente conservate dalle genti primitive. Ebbene: esse sono comunia tutta la Sicilia di qua e di là delle due Imere. I corredi e le suppellettili sono coseaccessorie; ma anch’essi, salvo lievi ed accidentali variazioni di tinte, sono comuni alle dueregioni. Ed allora cosa resta dei misteriosi Sicani diversi dai Siculi? Niente. Una la stirpe,salvo momenti diversi nell’occupazione delle due regioni.● E anche ad Omero, che non fece alcuna distinzione tra Sikelia (Odissea XX, 383) e Sikania(Odissea XXIV, 307), forse perché era a conoscenza che non tutti i Sicani si trasferirono inoccidente o perché intravide nei due popoli un’origine comune.● Potremmo condividere la tesi di Giovanni Pugliese Carratelli31 il quale riscontrò in ko-za-ro,segnato nelle tavolette di Cnosso (Gn 1184,1.12) e in ko-ka-ro, inciso su quelle di Pilo (PY Fg374), il nome sicano Cocalo che risulterebbe così un lemma di origine cretese o micenea, ma usatoanche nel mondo ellenico, come ci suggerisce la trilogia di Sofocle, Minos-Daidalos-Kamikoi,andata purtroppo perduta.● Come pure di origine egea risulterebbe il nome della città del generoso re siculo Iblone in quantoderiverebbe da Hybla di Samo, sede di un oracolo, e potremmo confermare altresì che i santuariextramoenia di Crotone, di Metaponto, di Posidonia, di Agrigento, di Selinunte e di Segestaerano preesistenti all’arrivo dei coloni greci.● Avremmo una risposta più plausibile sul motivo che spinse gli Elleni all’ apoikia e sull’accoglienza, per certi versi solidale, che ricevettero da parte dei Siculi, perché questi erano elladicio cretesi miceneizzati e i coloni costituivano un loro retaggio.● Essendo invece i Sicani fuorusciti da Creta prima che i Micenei occupassero l’isola (1400 a.C.)essi, non essendone venuti a contatto, non ebbero modo di assimilare la loro cultura per cuiconservarono l’indole mite cretese, mentre i coloni, dopo due secoli di dominio elladico neereditarono anche lo spirito bellicoso e sono proprio le fonti storiche a dirci che furono i grecosiceliotia scatenare i conflitti, mentre degli Elimi e dei Sicani ci riferiscono che furono costretti areagire (Erice) e a difendersi (Camico) per salvaguardare la loro indipendenza.Se tutto ciò dovesse rispondere ad una realtà oggettiva saremmo costretti a rileggere sotto nuovaluce la saga di Dedalo e ritenere giustificata l’attribuzione delle famose opere all’architetto ateniesein quanto, essendo i Sicani di origine cretese, qualsiasi opera in qualsiasi tempo prodotta in Siciliasarebbe ugualmente riconducibile ad un daidalos egeo.Perciò nessuno stupore se lo incontriamo nell’isola di Creta a tramare contro il sovrano Minosse, inSardegna e nella Japigia a innalzare le torri nuragiche e i trulli, in Sicilia a costruire la roccaforte diCamico, la Kolymbethra e le stufe vaporose nel territorio selinuntino, il terrazzamento del tempio diAfrodite ericina e infine ad Atene intento a lavorare nella sua bottega col nipote Talos o seduto daimputato davanti all’Areopago.La sua presenza ad Atene fu una tarda elaborazione della città per ratificare la sua leadershipnell’Egeo (V sec.a.C.?) e per questa ragione riteniamo che la narrazione di Diodoro andrebbedisposta nella sequenza sopra indicata.I Greci oltre ad essere dotati di fervida fantasia furono anche abili narratori e giustamente è stataloro riconosciuta l’invenzione del teatro, ma avendo attinto a notizie tramandate oralmente èprobabile che nell’elaborare i loro racconti essi abbiano contaminato avvenimenti accaduti in tempilontani con eventi più recenti e viceversa, creando così dei veri e propri rompicapi.In questo contesto cadrebbe ogni contenzioso sulla cronologia della guerra di Camico perché tuttele ipotesi apparirebbero plausibili, perfino quella che possa essersi verificato più di uno scontromilitare (XV – XIII – VI a.C.), e che, sull’esempio di Omero, avvenimenti storici diversificati neltempo ma accaduti nello stesso territorio possano essere stati assemblati in un unico grande evento,come risulterebbe dalla seguente combinazione:epoca storica – insediamento miceneo sulla costa meridionale dell’isola (XV sec.);grande spedizione navale – arrivo dei profughi sekelesh-cretesi (XIII sec.);assedio di Camico – tentativo dei Cretesi di Agrigento di ingrandire la colonia di Minoa (VI sec.).da cui:in età micenea una grande spedizione navale pose l’assedio a Camicoe da una leggenda non si può pretendere un’esatta cronologia.