Sicani - Sicani del Monte Saraceno

Vai ai contenuti

Menu principale:

 I Sicani


Tratto dalla monografia storica “Il Medioevo Ellenico” di Luciano Rizzuti
Salvatore Estero Editore 2009 Sciacca (Ag)
lucianorizzuti@virgilio.it

Ancora oggi i Sicani costituiscono un mistero perché non hanno lasciato testimonianze scritte ma,
spigolando nelle tracce della loro cultura materiale, nelle fonti storiche, su alcuni reperti
archeologici e fra le righe della saga di Dedalo-Cocalo-Minosse, possiamo cogliere alcuni aspetti
interessanti.
Sulle loro origini gli antichi storici hanno dato risposte diverse.
Antioco di Siracusa, riportando una tradizione orale indigena, ci fa intendere che i Sicani si
ritenevano autoctoni. Dello stesso avviso sono i conterranei Timeo e Diodoro Siculo.
Tucidide1 sostiene invece che erano pervenuti dall’Iberia e che, cacciati dai Liguri, si stanziarono
nell’isola di Trinakria cambiandone il nome in Sikania. Questa tesi è condivisa da Filisto2, Eforo3 e
Dionigi di Alicarnasso4, mentre Pausania5 sostiene che arrivarono dall’Italia.
Come si può constatare, il problema non è di facile soluzione, ma andiamo per gradi.
Sull’antica denominazione dell’isola possiamo essere d’accordo con Tucidide perché se i Siculi,
come ci dicono le fonti, cambiarono il nome Sikania in Sikelia è credibile che anche i Sicani,
stanziatisi nell’isola precedentemente, abbiano sostituito l’originario nome Trinakria in Sikania.
Poiché l’isola fu abitata dall’uomo del paleolitico, del mesolitico e del neolitico il cambio
toponomastico da Trinakria in Sikania attesterebbe l’arrivo di nuova gente, la quale va
inevitabilmente ricondotta ai Sicani. Per questa ragione riteniamo che essi non possono essere
considerati autoctoni.
Il loro arrivo nell’isola, infatti, è testimoniato dalla comparsa delle tombe a grotticella artificiale
scavate su pareti verticali di roccia che sostituirono quelle ipogeiche dell’età del rame e le più
antiche risalgono all’inizio dell’ età del bronzo (2200 a.C.).
Tre di queste tombe sono state scoperte a Castelluccio (Siracusa) chiuse ancora da portelli di pietra
su cui erano scolpite delle figure antropomorfe e decorazioni spiraliformi.


Tombe e portello tombale di Castelluccio - età del bronzo antico
Queste oggi costituiscono una rara testimonianza di scultura indigena della Sicilia preistorica e
quella che vediamo nella foto ci offre una chiara dimostrazione delle conoscenze che i Sicani
avevano sulla funzione degli organi genitali maschili e femminili abilitati alla fecondazione.
i Sicani abitavano anticamente in villaggi e avevano costruito le loro città sulle alture più
forti a causa dei pirati. Essi non erano sottoposti al comando di un unico re ma in ciascuna
città vi era un signore.
Sui monti essi impararono a raccogliere e a conservare l’acqua; a tracciare i sentieri per scendere a
valle dove praticavano l’agricoltura, la pastorizia e la caccia; a costruire i terrazzamenti per
innalzarvi i santuari e la reggia del sovrano; a spianare la roccia per edificarvi le abitazioni o a
scavare le pareti dei monti per realizzarvi le tombe a grotticella.
Tali necessità li rese straordinariamente abili nella lavorazione della pietra.
7.2 I Sicani della Sicilia orientale
Le testimonianze storiche ci dicono che inizialmente i Sicani occuparono l’intera isola, ma nel XIII
sec. a.C., a seguito dell’arrivo dei Siculi, dovettero spostarsi verso occidente stanziandosi ad ovest
del fiume Himera (Salso). Contestualmente si incrementarono le popolazioni di alcuni centri
arroccati sulle alture interne, come Polizzello, Monte San Mauro, Sabucina, Monte Dessueri, Butera
e soprattutto Pantalica.
Ad incrementare il numero degli abitanti di queste roccaforti non possono essere stati i Siculi, come
taluni studiosi sostengono, ma riteniamo che siano stati quei Sicani della Sicilia orientale che per
tanti anni erano vissuti a contatto con i Micenei di Thapsos e di Villasmundo, i quali non vollero
allontanarsi dalla loro terra, mentre i Siculi, come si evince dai loro primi insediamenti,
privilegiarono le coste (Zancle, Naxos, Suraka, Katane) e le terre pianeggianti (Leontinoi).
Di contro si assiste al perdurare dell’architettura funeraria della tomba a tholos lungo la fascia
meridionale dell’isola che, partendo da Augusta, va a Monte Campanella (Milena), Monte Ottavio,
Monte S. Vincenzo (Caldare), Sant’Angelo Muxaro, fino ad Anguilla (Ribera).
Il massiccio incremento della popolazione sicana di Pantalica diede vita alla cultura omonima che
gli storici hanno ripartito in quattro fasi ampiamente documentate:
1) Pantalica Nord (1270 - 1000 a.C.)
Il corredo funerario venuto alla luce è ricco di oggetti bronzei (coltelli, rasoi, fibule ad arco di
violino o semplice), forme fittili e metalliche ispirate al repertorio egeo. Si afferma il tornio e la
ceramica di colore rosso e alcuni esemplari seguono la cultura di Thapsos (ceramica rossa con
lunghi piedi tubolari). Sulla parte più alta del sito si trova l’anaktoron, il quale fu ritenuto fino a
poco tempo fa un palazzo, ma oggi è riconosciuto come un ampio magazzino con annessa fonderia.
2) Cassibile (1000 - 850 a.C.)
Compare la ceramica dipinta a motivi piumati, le fibule sono con arco a gomito o ad occhio con
spillo rettilineo; compaiono le asce a cannone.
3) Pantalica sud (850 - 730 a.C.)
La ceramica si ispira allo stile geometrico; compaiono frequenti anelli, bottoni, spirali a disco e
l’oinochoè trilobata; la fibula è più sottile e leggera.
4) Finocchito (730 - 650 a.C.)
La ceramica, riconducibile al protocorinzio, è costituita da scodellini con tre o quattro anse ad
anello ad imitazione dei prototipi bronzei. Fa la sua apparizione il ferro.
6 Diodoro Siculo, op. cit. V, 6
Queste testimonianze dimostrano che la cultura di Pantalica ebbe un
anni ed essi coprirono, senza soluzione di continuità, tutto il periodo del Medioevo Ellenico.
7.3 I Sicani della Sicilia occidentale
I Sicani della Sicilia occidentale vissero una storia molto più travagliata perché con l’i dei Fenici a Motya e dei Megaresi
dell’isola e fissare il confine occidentale al fiume dei Cretesi ad Agrigento (VI sec. a.C.) do all’Halykos (Platani).


Con l’espansione di Selinunte fino a sec. a. C.) il territorio sicano si restrinse al
(ovest) e Verdura (est). Successivamente il territorio venne conteso tra le due città e con i trattati punici del 382
308 il confine tornò più volte all’ Sulle alture, che da loro presero il nome di
cultura si conservò più a lungo non essendo stata condizionata né dalle incursioni micenee, né da
alcun insediamento siculo.
Tra questi ricordiamo
Ankire, Crastus, Erbesso, Halycie, Ikkara, Indara, Ippana, Makara, Miskera, Mokarta, Nisa,
Omphache, Ouessa, Schera, Scirtea
Poiché, come dice Diodoro, in ogni città regnava un sovrano, possiamo desumere ch
Sicani, come i Micenei ed i Siculi, non diedero vita ad uno stato unitario.
La tradizione storica ci ricorda Teuto rappresentò la più alta espressione della civiltà sicana, ma non ci sp
gestivano la politica.
Qualche indizio però possiamo coglierlo nella leggenda narrata da
hanno tramandato Pausania, Erodoto, Sequestre, Strabone e in quelle che ci offre l’
Componiamo le loro testimonianze secondo una opportuna sequenza cronologica e proviamo a
tracciare un profilo storico del regno sicano di Cocalo.
* […] nel luogo chiamato Camico, Dedalo costruì una città che si trova su una rupe, la più
salda di tutte, assolutamente inespugnabile con la violenza: con un artificio ne fece la salita
angusta e tortuosa, da potersi difendere con tre o quattro uomini. Perciò Cocalo in questa
città fece costruire la reggia, vi depositò le sue ricchezze e la conservò inespugnata grazie
alla inventiva dell’architetto (Diodoro IV, 78).
* [Nel 258 a.C. n. d. A.]… si recò a Camico, fortezza di Akragas, prese anche questa per
mezzo di traditori; impiantò un presidio sul posto (Diodoro XXIII, 9).
- Gli storici antichi indicano in Cocalo il re di una città che, secondo Pausania, portava il nome di
Inycon, nota nell’antichità anche per il suo ottimo vino. In essa fu accolto il fuggiasco Dedalo il
quale, per ricambiare il favore ricevuto, con un’opera di scavo rese accessibile ed abitabile
un’ampia rupe cui attribuì il nome di Camico e la offrì in dono a Cocalo.
Il punto fondamentale da chiarire è se l’architetto, col suo intervento, diede vita ad una città o ad
una fortezza.
- Diodoro nella leggenda la chiama città (πόλις), ma quando riporta la notizia della sua caduta,
avvenuta per mezzo di traditori nel corso della prima guerra punica (258 a.C.), la chiama fortezza
(φρούριον).
Riteniamo più attendibile la seconda definizione perché essa fa riferimento ad un evento storico e
non ad una leggenda.
- Sulla rupe Cocalo fece costruire la sua nuova reggia, vi depositò le sue ricchezze e la conservò
inespugnata. Essendo egli ritenuto il re di una città e non il capo di una tribù di nomadi, è legittimo
ritenere che il suo popolo non lo seguì ma continuò a vivere ad Inycon e Diodoro, non avendo fatto
alcun cenno ad altri spostamenti, conferma questa tesi tanto più che, dopo il trasferimento del
sovrano a Camico, la città continuò ad essere abitata perché, come ci tramanda Erodoto8,
* Ippocrate di Gela (V sec. a.C. n. d. A.) fece arrestare Scite, signore di Zancle e lo relegò col
fratello di lui Pitogene nella città di Inica (sic).
* Scite fuggì da Inica (sic) a Himera e, da qui, passato in Asia, si recò presso il re Dario il
quale lo giudicò il più onesto di tutti gli uomini che della Grecia s’erano recati da lui.
mentre Platone9 ci ricorda che in questa città insegnò il sofista Ippia (V sec. a.C.)
* E tu allora eri in grado di rendere migliori i figli degli Iniceni ma non eri in grado di farlo
con i figli degli Spartani?
* In Sicilia e a Inico, amico mio, credi che avrebbe più possibilità?
Possiamo allora sostenere che il re scelse questa fortezza come nuova sede regale perché in essa
intravide una maggiore sicurezza per sé e per il suo popolo dove, grazie alle sue ampie capacità
ricettive, tutti quanti avrebbero potuto trovare riparo, come di fatto avvenne quando Camico fu
assediata dai Cretesi (Erodoto VII, 170).
- La tradizione storica ci ricorda che le città dell’età del bronzo disponevano di un’acropoli, come
quella di Pergamo a Troia, di Cadmea a Tebe, di Büyükkale ad Hattusas e non sono rari i casi in
cui il nome della residenza regale si sia sovrapposto a quello della città. Micene, in fondo, per le sue
piccole dimensioni non può che essere stata l’acropoli di una città di cui ignoriamo il nome. E’
allora ragionevole ritenere che anche la coeva Inycon (XIII sec. a.C.) fu dotata di un’acropoli
chiamata Camico ed essendo questa passata alla leggenda per aver resistito a cinque anni di assedio
il suo nome si sovrappose a quello della città.
- Stefano Bizantino10, infatti, attingendo a Duride di Samo (IV sec. a.C.) riferisce che Charax non fa
alcuna distinzione fra i due centri sicani e alla voce Camico dà questa definizione:
* Città della Sicilia su cui regnava Cocalo al tempo di Dedalo, ma Charax la chiama Inycon
(πόλις Σικελίας, εν η Κώκαλος ήρχεν αιδαλόυ. Χάραξ δε Їνυκον ταύτην φησιν).
Questa indicazione è ribadita da Pausania quando afferma che Dedalo riparò ad Inycon, città della
Sicilia, presso Cocalo.
Tutto ciò dimostra che la fortezza costituì una propaggine della città e che entrambe erano vicine ed
interdipendenti perché governate dallo stesso sovrano. Perciò
Camico fu l’acropoli di Inycon.
- Secondo la testimonianza di Pindaro11
* [Nel 478 a.C.] Ippocrate e Capi, avendo tramato contro Terone e sconfitti a Himera più
tardi si rifugiarono a Camico, città della Sicilia.
I due congiurati dopo la sconfitta non possono, per ovvie ragioni, aver cercato asilo nel territorio di
Agrigento (sud), né in quello di Himera (nord) perché questa città nel 483 a.C. era passata sotto il
dominio del tiranno, e nemmeno possono aver chiesto ospitalità a Gelone di Siracusa (est) in
quanto una loro accoglienza avrebbe guastato i suoi rapporti col suocero Terone, fortemente
consolidatisi dopo la brillante vittoria conseguita dai due tiranni a Himera nel 480 a.C. sui
Cartaginesi. Ed allora ad accogliere Ippocrate e Capi fu quel piccolo regno indipendente situato ad
ovest di Agrigento, la cui capitale Inycon-Camico sorgeva sul Kratas ed i cui confini nel V sec.
a.C. erano segnati dai fiumi Carabollace (Alabon - ovest) e Verdura (Camico - est)12. La scelta dei
due fratelli, quindi, esclude l’ipotesi che Inycon-Camico al tempo di Terone (V sec. a.C.) fosse
sottoposta al dominio di Agrigento e che essa abbia ospitato la tomba di Minosse.
Erodoto ci riferisce che dopo la morte del talassocrate (VII, 170)
* Passato un po’ di tempo, per incitamento d’un dio, tutti i Cretesi, in massa, eccetto quelli
di Policne e di Preso, venuti con grande flotta in Sicania, avrebbero assediato per cinque
anni la città di Camico, che ai miei tempi era abitata da Agrigentini.
Essendo vissuto ai tempi di Ippocrate e Capi (V sec. a. C.), è ipotizzabile che lo storico abbia voluto
indicare negli Agrigentini di Camico quei cospiratori sopravvissuti alla sconfitta di Himera i quali,
con i cugini di Terone, si sarebbero asserragliati nella fortezza, il cui confine con Agrigento era a
quel tempo segnato dal fiume Verdura, alias Camico, che scorre ai piedi del Kratas. Da qui la frase
di Vibio Sequestre13 attinta forse da Filisto o da Timeo (V sec. a.C.):
* Camicos Siciliae, ex quo urbs Camicos, dividit Agrigentinos…
Camico (Verdura) fiume della Sicilia, da cui prese il nome la città di Camico, divide gli
Agrigentini (di Camico da quelli di Agrigento n. d. A.).
Secondo questa testimonianza il corso superiore del Platani non può aver segnato una linea di
divisione con Agrigento perché esso scorre a nord di Sant’Angelo Muxaro (la presunta Camico di
P. Griffo) mentre la città è a sud, né può aver costituito un confine con Himera perché questo, prima
della conquista di Terone, era segnato dai fiumi Torto-Freddo.
La massiccia presenza dei congiurati a Camico e la caduta della tirannìa di Trasideo (472 a.C.),
figlio di Terone, proiettarono la città nell’orbita agrigentina inducendola a cambiare il nome sicano
in quello greco di Triokala, il cui toponimo sintetizza le stesse peculiarità di Inycon - Camico:
un forte sistema difensivo, abbondanza d’acqua e fertilità del suolo.
Plinio il Vecchio, nella sua “Storia Naturale”, sostiene che Giulio Cesare nei pubblici conviti
prediligeva i vini di Triokala, alias Inycon.
Le fonti storiche non ci hanno tramandato nomi di colonie greche nel territorio compreso tra il
Belice e il Platani, mentre ci ricordano quello di Triokala città della Sicilia, così la definisce Filisto
di Siracusa (430 - 356 a.C.)14.
Ma essa è di origine sicana e questo dimostra che la città ebbe un ruolo dominante e predominante
nel territorio e che la sua centralità politica si protrasse fino alla sua caduta avvenuta nel corso della
prima guerra punica, come ci riferisce Rosalba Panvini15 che ha diretto gli scavi archeologici negli
anni 1983/85 a Caltabellotta in contrada S. Benedetto,
* L’area del terrazzo ed il sito (Triokala arcaica n. d. A.) vennero abbandonati e ciò è da
collegare alle vicende della guerra punica quando la città venne distrutta dai Romani. La
frequentazione della zona riprese in epoca medievale come punto di avvistamento militare.
La seconda testimonianza si accorda cronologicamente con quella di Strabone, vissuto nel I sec.
a.C. cioè due secoli dopo la caduta di Camico (258 a.C.), quando, riferendosi all’acropoli di
Inycon-Triokala, scrive:
* [...] molte città indigene sono ugualmente disabitate, come Camico residenza regale di
Cocalo, dove si dice che Minosse era stato ucciso con l’inganno16.
Se il sito che ospitò Camico fu ritenuto inespugnabile, questa peculiarità deve averla conservata
anche dopo la capitolazione dell’acropoli, perché i Romani avranno sicuramente demolito le sue
strutture abitative e cancellato il suo nome, ma non possono aver raso al suolo la rupe; ed essendo
essa così strategicamente forte non può essere stata abbandonata per sempre.
E’ vero che di Cadmea, Büyükkale e Micene si sono perse a lungo le tracce, ma la storia di Camico
è diversa perché di essa abbiamo notizie fino al III sec. a.C. e perché la rupe, dove noi collochiamo
l’acropoli di Cocalo, nei secoli successivi fu sede di altri eventi storici non meno straordinari dell’
assedio dei Cretesi. In Appendice I forniremo una puntuale indicazione.
7.4 Sulla provenienza dei Sicani
Uno sguardo sommario sulla carta archeologica della Sicilia dell’età del bronzo, elaborata da Luigi
Bernabò Brea, ci fa notare che le tombe a grotticella artificiale scavate nella roccia e riconosciute
di matrice sicana si trovano dislocate in massima parte lungo la fascia sud-orientale dell’isola ed
esattamente nelle seguenti località:
Aci Trezza, Busonè (necropoli a grotticella sulla strada Raffadali - Agrigento), Butera (necropoli a
Piano della Fiera), Calascibetta (tombe a grotticella nel pendio roccioso del Cozzo S. Giuseppe),
Caltagirone (tombe preistoriche del tipo di Pantalica), Cammarata (Acqua Fitusa), Canicattini
Bagni (tombe a grotticella in contrada S. Alfano), Cassibile (9.000 tombe a grotticella a Cugno
Spinetta), Castelluccio (circa 200 tombe a forno), Comiso (nei dintorni numerose tombe a
grotticella), Ispica (numerose tombe a grotticella e frammento di pithos minoico con contrassegno a
forma di tridente), Milena, Montagna di Marzo (tombe di vario tipo), Monte Bubbonia (tombe
preistoriche), Monte Dessueri (grande necropoli simile a quella di Pantalica), Monte Desusino (sui
suoi fianchi numerose tombe a grotticella), Monte Saraceno (centro sicano e tombe preistoriche),
Noto Antica (oltre 500 tombe a grotticella), Pantalica (5000 tombe a grotticella), Polizzello (grande
santuario pansicano), Raffadali (tombe a grotticella sul monte Guastanella), Sabucina (tombe
sicane), Sant’Angelo Muxaro (necropoli sul vicino Monte Castello), Thapsos (400 tombe a
grotticella con vestibolo), Valsavoia (Ct), Vassallaggi (Cl).
Mentre nel settore settentrionale troviamo soltanto Capaci, Moarda, Tindari, Milazzo e, nelle isole
Eolie, Calcara, Castellaro, Capo Graziano, Lipari.

La Sicilia nell’età del bronzo (L. Bernabò Brea)
La concentrazione delle necropoli cosiddette castellucciane nella parte sud- orientale dell’isola
induce a ritenere che i Sicani non possono essere arrivati dall’Iberia, come sostiene Tucidide, né
dalla penisola italica, come afferma Pausania, perché diversamente avremmo assistito ad una loro
più consistente presenza nella Sicilia nord-occidentale.
E’ ipotizzabile allora che i Sicani siano pervenuti dal Mediterraneo orientale e questa tesi sarebbe
supportata dalle scelte che successivamente fecero i Micenei, poi i Siculi e infine i coloni greci
quando, venuti anch’essi dall’ Egeo, si stanziarono in questa stessa parte dell’isola.
Poiché l’organizzazione politica dei centri sicani rispecchia fedelmente quella dei regni micenei e
delle città dell’Anatolia (Hattusas, Troia) e che, come sostiene Luigi Bernabò Brea17,
il tipo della grotticella artificiale è senza dubbio di origine orientale: lo si trova in Palestina, a
Cipro, nelle isole Cicladi, nel Peloponneso, a Creta e a Malta, ma prende una diffusione
larghissima sia nella penisola italiana (Cellino S. Marco, Gaudo, Rinaldone), sia in Sicilia
possiamo supporre che tra i popoli del Mediterraneo orientale ed i Sicani intercorse uno stretto
legame e che la loro provenienza potrebbe essere ricercata in quelle terre dove nel corso dei secoli
frequenti eventi sismici hanno segnato profondamente la loro storia.
Per suffragare questa tesi bisogna allora fare nuovi percorsi e penetrare in quel territorio sicano
della Sicilia sud-occidentale non visitato da Paolo Orsi (1859 - 1935) e da Luigi Bernabò Brea
17 L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, pag. 63, Il Saggiatore 1982 Milano
(1910 - 1999), ma ben noto a Julius Schubring (1839 - 1914)18, dove i Sicani vissero più a lungo e
le cui testimonianze ci permettono di delinearne un profilo geopolitico.
Ci riferiamo ovviamente ai Monti Sicani ed in particolare al Kratas.

In attesa di una illuminata iniziativa, noi proponiamo alcune peculiarità che questo territorio offre:
- quattro necropoli a grotticella artificiale scavate su pareti verticali di roccia e dislocate nei
quattro punti cardinali;
- abbondanza d’acqua: oltre alle numerose sorgenti naturali, nel suo territorio, delimitato dai
fiumi Platani (Halykos) e Belice (Hypsas), scorrono anche il Magazzolo (Alba - Hisburos), il
Verdura (Camico), il Tranchina-Bellapietra (Wadi Allabù), il Carabollace (Alabon) e il
Carboj (Achates)19;
- fertilità del suolo (le valli percorse dai suddetti fiumi oggi ospitano una fiorente agricoltura);
- un forte sistema difensivo (la cima più alta raggiunge m. 953 s.l.m.);
- una rupe inaccessibile con una visibilità a 360°;
- una breve distanza dal Canale di Sicilia, con diversi punti di approdo;
- una straordinaria stazione idro-termo-vaporosa
e perché in esso si scorgono degli indizi che possono aiutarci a dare una risposta ai quesiti che ci
siamo posti e alla vicenda dell’arrivo di Dedalo in Sicilia.
I punti su cui concentreremo la nostra attenzione sono i seguenti:
● Le tombe dei Cappuccini e di S. Marco di Caltabellotta presentano fortissime somiglianze con
quelle di Pantalica nord perché anch’esse furono scavate su pareti verticali di roccia e sono
indubbiamente di fattura sicana perché, come sostiene Vittorio Giustolisi20,






nelle dimensioni e nel sistema di chiusura, nella volta semicircolare piana e declinante verso
l’apertura, dal cui arco scendono svasando le pareti interne curve, sono identiche ad
esemplari della necropoli di Castelluccio.
● Se questo nostro accostamento ha una valenza storica, possiamo ipotizzare che anche
l’insediamento dei Sicani sul Kratas-Caltabellotta fu coevo a quello di Pantalica nord e che la
fortezza di Camico fu costruita e abitata nello stesso periodo (XIII sec. a.C.).
● Ma se a quel tempo, come ci fa intendere Diodoro, Cocalo viveva sui monti dobbiamo supporre
che il suo popolo occupò le alture in epoca precedente. L’arrivo dei Sicani potrebbe allora essere
collegato all’esplosione avvenuta nell’isola di Thera tra il 1500 - 1400 a.C. (pag. 39) quando il
vulcano riprese l’attività ed il suo cono sprofondò costringendo gli abitanti a riparare in terre
lontane. Nell’isola egea, come sappiamo, non sono stati trovati resti umani, né oggetti di valore. A
questo evento seguì anche la distruzione di Cnosso e di molte città cretesi i cui abitanti furono
costretti ad evacuare perché le loro colture furono devastate dai vapori velenosi e dalle nubi di
cenere e lapilli. Risale a questo periodo la nascita in Sicilia della cultura di Thapsos. Il
trasferimento, o l’incremento, della popolazione di Cocalo sul Kratas potrebbe essere avvenuto
successivamente, quando a circa 15 km a sud di Caltabellotta, nei pressi di Ribera, i Micenei si
insediarono a Scirinda e poi quando in prossimità della costa fondarono lo scalo commerciale di
Magone-Anguilla.
In questa contrada negli anni ’80 sono state rinvenute 28 tombe, alcune del tipo a tholos con
dromoi e altre a grotticella artificiale.
● Ma non essendo autoctoni i Sicani potrebbero essersi stanziati in Trinakria prima del XV sec.
a.C. e questo passaggio potrebbe essere avvenuto tra il 1650 - 1644 a.C. quando l’isola di Thera fu
sconvolta da un terremoto. Allo stesso periodo sono riconducibili i segni di distruzioni dei palazzi
cretesi del periodo paleopalaziale, poi ricostruiti, e l’insediamento di Ciavolaro (XVII sec. a.C.)
nei pressi di Ribera, mentre nel Peloponneso cominciò a consolidarsi il potere miceneo.
● Oppure potremmo farlo risalire al 2200 - 2150 a.C. (pag. 39) quando Creta fu investita da un
violento maremoto che cancellò i suoi villaggi costieri, causò la scomparsa della cultura megalitica
di Malta (Tarxien), la distruzione di Troia III (2200 - 2050 a. C.) e accentuò il fenomeno termale
del Monte Kronio (pagg. 133, 34). In questo periodo si concluse l’età del rame e iniziò quella del
bronzo. Successivamente a Creta sorsero le città di Cnosso, Mallia e Festo, dove si diffuse la lingua
luvia e la scrittura in lineare A, mentre i Sicani, rifugiatisi in Trinakria, cambiarono la
toponomastica dell’isola in Sikania, dando vita alla cultura di Castelluccio.
Quest’ultima ipotesi pone però un problema di carattere logistico: se a quel tempo il Mediterraneo
non era infestato dalle scorrerie dei pirati micenei, perché i Sicani si stanziarono sui monti, anziché
lungo le coste?
Riteniamo che la risposta vada ricercata proprio in quelle stesse cause che determinarono il loro
trasferimento in Sicilia ed esse ci riconducono inevitabilmente agli eventi sismici che nel 2200 -
2150 a.C. segnarono la fine dei villaggi costieri di Creta.
Ancora oggi è vivo il ricordo di quell’onda anomala che il 26 dicembre 2004 devastò 6000 km di
costa delle Maldive e della Thailandia, causando 230.000 vittime, e spazzò via tutti i villaggi
disseminati lungo i litorali.



Tale fenomeno, che ha origine in alto mare, è denominato tsunami (onda del porto) perché rivela la
sua violenza devastante solo a pochi metri dalla riva ed è molto temuto anche dai Giapponesi perché
nel 1896 un’onda alta 25 metri si abbatté sulla costa di Sanriku, uccidendo in un sol colpo 22.000
persone.
Se sul finire dell’età del rame gli abitanti di Creta andarono in contro ad una simile catastrofe, quale
altra possibilità avrebbero avuto i superstiti di sopravvivere se non quella di prendere il largo?
Potrebbe allora essere stata questa la ragione che costrinse i Cretesi ad emigrare in terre lontane e
proprio perché sconvolti dal terrore andarono ad annidarsi sulle alture, ma debitamente distanti dal
mare.
Oggi, quando si manifestano fenomeni di questo genere, il primo provvedimento che la Protezione
Civile adotta è proprio quello di invitare la popolazione a trasferirsi sulle zone montane per evitare
le micidiali frustate delle onde marine.
E’ dovuto al caso se le grandi città di epoca minoica e micenea (Cnosso, Gla, Orcomeno,
Micene,Tebe) sorgevano nell’entroterra? Anche Sparta (40 km) e Atene (20 km dall’acropoli al
Pireo), furono costruite lontane dalla costa e Poseidone, il tanto temuto dio del mare e dei terremoti,
simboleggiò efficacemente queste due forze della natura.
7.5 Possiamo allora indicare nei Sicani un filum che li lega ai Cretesi?
Siamo consapevoli che insistere su un’ipotesi di questo genere è estremamente arduo perché le varie
sovrapposizioni culturali avvenute nell’isola hanno cancellato ogni traccia di queste due civiltà.
Le ceramiche rinvenute a Sabucina, con motivi decorativi floreali accostabili ad esperienze
figurative del mondo cretese di età minoica, sono ben poca cosa per affrontare una ricerca di questa
valenza.
Tuttavia proveremo a trovare altri indizi che possano aiutarci a ricondurre i due popoli ad una
comune origine. Orienteremo la nostra indagine
● sulle più recenti scoperte archeologiche;
● sulla religione, una categoria dello spirito umano immutabile nel tempo e nello spazio che tutti i
popoli del mondo praticano e portano con sé, ovunque essi vadano;
● su un nuovo metodo di ricerca di carattere biologico ed antropologico.
L’archeologia in questi ultimi anni ha intensificato gli
molto interessanti si sono rivelati quelli fatti da
Montechiaro) da cui è emersa un’immagine della Sicilia del II millennio


attiva, aperta alle dinamiche mercantili legate alla risorsa mineraria dello zolfo, la cui
raffinazione è documentata ampiamente dalle fornaci del sito costiero di Monte Grande.
L’abbondanza di ceramica di tipo egeo rinvenuta in contesti castellucciani dat
dal XVIII sec. a.C. indica l’antichità dei rapporti mercantili delle genti costiere
castellucciane con i partners egei molto tempo prima dell’ arrivo dei micenei in Sicilia, che si
può collocare alla fine del XV sec. a.C.
Se la frequentazione dei Micenei
commerciavano nel XVIII sec. a.C
Diodoro22 ci informa che dopo la morte di Minosse in Sicilia
[…] coloro che lo avevano accomp
corpo del re, costruirono un duplice sepolcro, e posero le ossa nella parte nascosta, mentre in
quella scoperta costruirono un tempio di
Egli venne onorato per molte generazioni e gli abitan
che il tempio appartenesse ad Afrodite.
Una sepoltura dello stesso tipo scoperta da Evans a Creta fece sostenere a
la temple-tomb scoperta a Cnosso fornisce la prova più convincente che la tradi
colonia minoica in Sicilia sia veritiera,
ma secondo il Becatti si tratterebbe di una
È ancora Diodoro24 ad informarci che il più antico culto praticato dalle popolazioni sicane fu quello
delle Meteres (Μητέρεζ) e sostiene che esso venne introdotto in Sicilia dai Cretesi quando, morto
Minosse e rimasti senza navi perché bruciate dai Sicani, furono costretti a riparare verso l’interno
dove fondarono Engio,
[…] e quando ebbero costruito il tempio delle Madri, onorarono le dee in modo
straordinario, adornando il loro tempio con molte offerte. Dicono che esse fossero state
trasportate da Creta, perché anche presso i Cretesi queste dee vengono onorate in modo
straordinario.
scavi sulla costa meridionale dell’isola e
Giuseppe Castellana21a Monte Grande
della Sicilia del II millennio
sud-occidentale nell’antica e media età del bronzo
C..in Sicilia iniziò nel XV sec. a.C., i partners C. dovevano necessariamente essere i Minoici
accompagnato nella spedizione seppellirono splendidamente il Afrodite.
abitanti del luogo offrivano sacrifici pensando T. J. Dunbabin villa o di una casa signorile.
Anche Aristotele (f. 485) ed Eraclide Lembo (f. 29) ci dicono che i Cretesi, dopo aver ingrandito il
territorio a spese delle popolazioni indigene, costruirono il tempio delle Madri, dove Odisseo
depose le sue lance ed il cretese Merione il suo elmo, dopo essere tornati dalla guerra di Troia.
Ce ne dà conferma Plutarco25 il quale riferisce che
in Sicilia esiste una città, a nome Engio, piuttosto piccola, ma molto antica e famosa per
l’apparizione delle dee che chiamano Madri. Il tempio che vi sorge si dice sia stato costruito
dai Creti (sic). Nell’interno si mostravano al visitatore alcune lance ed elmetti di bronzo con
inciso il nome di Merione e di Ulisse, ossia di Odisseo, che li dedicarono alle dee.
Mentre Cicerone26 nelle sue Verrine ci ricorda che
gli abitanti di Engio hanno un santuario della Grande Madre
(Matris Magnae fanum apud Enguinos est) e poi
[…] te o santissima Madre Idea, perché ad Engio, nel tuo augustissimo e religiosissimo
tempio…(Teque sanctissima Idaea, quam apud Enguinos, augustissimo et religiosissimo
templo).
Sulla presenza a Creta di una divinità che portava questo nome è stato avanzato qualche dubbio ma
oggi, come ci informa Dario Palermo27, ha contribuito a dissolverlo
la scoperta di una epigrafe ad Eleutherna, sulle pendici del Monte Ida, contenente un
calendario rituale all’interno del quale compaiono proprio le Meteres.
La Grande Madre di Cnosso (fig. 1), accostabile alla Madre Terra di Minet el Beyda di Ugarit (fig.
2), veniva solitamente raffigurata con sembianze umane, con seni rigogliosi, simbolo di fecondità, e
nell’atto di stringere una coppia di serpenti, animali dell’Oltretomba. Ad essa erano consacrate le
corna di un toro (fig. 3) sacrificato dall’ascia bipenne (fig. 4) e fu durante il periodo dei secondi
palazzi (1700 a.C.) che comparve il leggendario Minotauro, un essere con il corpo di uomo e la
testa taurina. Tale simbologia si diffuse anche a Polizzello, nel cuore religioso della Sicania.

Il ritrovamento nella Cava di Ispica (Ragusa) di un frammento di pithos minoico con un
contrassegno a forma di tridente, simile a quello rinvenuto a Cannatello (XIV sec. a.C.) e la
scoperta nel santuario di Polizzello di un bronzetto anch’esso a forma di tridente, databile alla prima
metà del VI sec. a.C. (fig. 5), ci riportano alla simbologia della Dea Madre e all’uso cretese (figg. 6,
7) e anche miceneo (fig. 8), Potnia Sito era chiamata la Signora del Grano, di riprodurre idoletti con
le braccia alzate.

Il santuario ha restituito anche un elmo di bronzo di tipo cretese della prima metà del VI sec. a.C. e
nei sacelli dell’acropoli B/4 B/7 B/9 sei punte di lance di ferro della stessa epoca.

Poiché l’insediamento di Polizzello risale all’età del Bronzo antico, ci sono fondate ragioni di
ritenere che il suo santuario possa essere riconducibile a quello di Engio e che possa risalire
all’epoca della frequentazione minoica, dove il principe Merione e Odisseo avrebbero deposto un
elmo e delle lance. Ma la compresenza dei due eroi nel santuario crea non pochi problemi perché il
primo era nipote di Minosse28, mentre il secondo visse in età micenea. Possiamo allora ipotizzare
che quello della deposizione delle armi fu un rito ricorrente presso i Minoici e i Micenei e che esso
venne ripetuto in Sicilia oltre che nel XIII sec. a.C., come sostiene Diodoro (pag. 137), anche nel VI
sec. a.C. quando i Cretesi, cacciati da Falaride (570-555 a.C.), ancora una volta si divisero in due
gruppi: il primo si stanziò a Minoa, mentre il secondo si diresse verso Polizzello per offrire alle
Meteres queste armi rinvenute nel santuario, sostenendo che esse erano appartenute a Merione e ad
Odisseo, i due eroi ricordati da Omero nell’Iliade (pag. 21).
Secondo il Ciaceri29 il culto della Dea Madre si sovrappose a quello indigeno delle ninfe e nel
tempo il nome venne sincretizzato in Demetra la quale, divenuta la principale divinità sicana, fece
della Sicilia la prima regione produttrice di grano.
Si racconta che presso il lago di Pergusa (Enna) Plutone, il dio dell’Oltretomba, rapì Persefone (o
Kore), figlia di Demetra, e la portò con sé negli inferi, ma le concesse di tornare per sei mesi sulla
terra durante i quali la dea avrebbe favorito il fiorire della natura.
Non si può non riconoscere in queste due divinità una forte somiglianza con quelle cretesi della Dea
Madre e del Serpente, le quali insieme esprimevano la metamorfosi della natura, che prima si nutre
di sé stessa e poi ritorna alle origini. L’uso al plurale delle Meteres deriverebbe, quindi, dal doppio
ruolo della fecondità e delle forze nascoste della natura che esse rivestivano.

Il culto di Demetra si diffuse inizialmente ad Enna, poi a Siracusa, Mégara Hyblaea, Agrigento,
Selinunte e la sua immagine venne raffigurata sulle monete di Lentini, Segesta, Panormo e Tindari,
ma fu presente anche nel pantheon greco.
La simbologia del tridente si conservò in quell’attrezzo agricolo (forcone con tre denti) che un
tempo il contadino siciliano usava per separare la paglia dalle granaglie.
Siamo nel campo delle ipotesi, ma se questi nessi dovessero risultare fondati tutti i fili spezzati
tornerebbero a riannodarsi perché le svariate congetture finora enunciate risulterebbero condivisibili
e potremmo finalmente dare una risposta sulle vicende di Dedalo e sulla guerra di Camico:
● Potremmo vedere nei Sicani un popolo cretese che sbarcato in Sicilia sul finire del III millennio
diede vita alla cultura di Castelluccio. Si potrebbe obiettare che a quell’epoca i Minoici non
disponevano di mezzi navali adatti a fare una così lunga traversata, ma a dissolvere questo dubbio
sono le incisioni delle isole Cicladi, dove compaiono rappresentazioni di vascelli in mare e le
raffigurazioni presenti nell’isola di Naxos attestano che nella prima età del bronzo era molto
sviluppata la costruzione navale. Né possiamo ignorare la leggenda di Atlantide nella quale si parla
della scomparsa di una civiltà che in tempi non ben definiti aveva raggiunto livelli straordinari.
● Potremmo ipotizzare che gli eventi sismici del XVII e del XV sec. a.C. abbiano spinto altri esuli
a fare gli stessi percorsi tracciati dai loro antenati, perpetuando così in Sicilia la cultura delle tombe
rupestri a grotticella artificiale, come quelle scoperte a Ciavolaro (XVII sec. a.C.), a Scirinda e a
Magone-Anguilla (XV-XIV sec. a.C.) e quindi sostenere che il culto delle Meteres non fu
introdotto dai Rodio-Cretesi di Gela o di Agrigento, come taluni storici sostengono, e non
necessariamente nel XIII sec a.C. come vuole la leggenda, ma potrebbe risalire ad un’epoca ancora
più remota.
● In virtù della radice comune sic potremmo scorgere nei Sic-ani e nei Sic-uli i nomi di un unico
popolo che si stanziò in Sicilia in due epoche diverse e dare così ragione a Paolo Orsi30 il quale non
riscontrò alcuna differenza tra le due etnìe:
Ho sempre parlato, e a proposito, di Siculi e non di Sicani. Il tipo dei sepolcri e il rito del
seppellimento a masse od a famiglie, cogli arti lunghi ancora, per quanto debolmente, piegati,
sono caratteristiche ostinatamente conservate dalle genti primitive. Ebbene: esse sono comuni
a tutta la Sicilia di qua e di là delle due Imere. I corredi e le suppellettili sono cose
accessorie; ma anch’essi, salvo lievi ed accidentali variazioni di tinte, sono comuni alle due
regioni. Ed allora cosa resta dei misteriosi Sicani diversi dai Siculi? Niente. Una la stirpe,
salvo momenti diversi nell’occupazione delle due regioni.
● E anche ad Omero, che non fece alcuna distinzione tra Sikelia (Odissea XX, 383) e Sikania
(Odissea XXIV, 307), forse perché era a conoscenza che non tutti i Sicani si trasferirono in
occidente o perché intravide nei due popoli un’origine comune.
● Potremmo condividere la tesi di Giovanni Pugliese Carratelli31 il quale riscontrò in ko-za-ro,
segnato nelle tavolette di Cnosso (Gn 1184,1.12) e in ko-ka-ro, inciso su quelle di Pilo (PY Fg
374), il nome sicano Cocalo che risulterebbe così un lemma di origine cretese o micenea, ma usato
anche nel mondo ellenico, come ci suggerisce la trilogia di Sofocle, Minos-Daidalos-Kamikoi,
andata purtroppo perduta.
● Come pure di origine egea risulterebbe il nome della città del generoso re siculo Iblone in quanto
deriverebbe da Hybla di Samo, sede di un oracolo, e potremmo confermare altresì che i santuari
extramoenia di Crotone, di Metaponto, di Posidonia, di Agrigento, di Selinunte e di Segesta
erano preesistenti all’arrivo dei coloni greci.
● Avremmo una risposta più plausibile sul motivo che spinse gli Elleni all’ apoikia e sull’
accoglienza, per certi versi solidale, che ricevettero da parte dei Siculi, perché questi erano elladici
o cretesi miceneizzati e i coloni costituivano un loro retaggio.
● Essendo invece i Sicani fuorusciti da Creta prima che i Micenei occupassero l’isola (1400 a.C.)
essi, non essendone venuti a contatto, non ebbero modo di assimilare la loro cultura per cui
conservarono l’indole mite cretese, mentre i coloni, dopo due secoli di dominio elladico ne
ereditarono anche lo spirito bellicoso e sono proprio le fonti storiche a dirci che furono i grecosicelioti
a scatenare i conflitti, mentre degli Elimi e dei Sicani ci riferiscono che furono costretti a
reagire (Erice) e a difendersi (Camico) per salvaguardare la loro indipendenza.
Se tutto ciò dovesse rispondere ad una realtà oggettiva saremmo costretti a rileggere sotto nuova
luce la saga di Dedalo e ritenere giustificata l’attribuzione delle famose opere all’architetto ateniese
in quanto, essendo i Sicani di origine cretese, qualsiasi opera in qualsiasi tempo prodotta in Sicilia
sarebbe ugualmente riconducibile ad un daidalos egeo.
Perciò nessuno stupore se lo incontriamo nell’isola di Creta a tramare contro il sovrano Minosse, in
Sardegna e nella Japigia a innalzare le torri nuragiche e i trulli, in Sicilia a costruire la roccaforte di
Camico, la Kolymbethra e le stufe vaporose nel territorio selinuntino, il terrazzamento del tempio di
Afrodite ericina e infine ad Atene intento a lavorare nella sua bottega col nipote Talos o seduto da
imputato davanti all’Areopago.
La sua presenza ad Atene fu una tarda elaborazione della città per ratificare la sua leadership
nell’Egeo (V sec.a.C.?) e per questa ragione riteniamo che la narrazione di Diodoro andrebbe
disposta nella sequenza sopra indicata.
I Greci oltre ad essere dotati di fervida fantasia furono anche abili narratori e giustamente è stata
loro riconosciuta l’invenzione del teatro, ma avendo attinto a notizie tramandate oralmente è
probabile che nell’elaborare i loro racconti essi abbiano contaminato avvenimenti accaduti in tempi
lontani con eventi più recenti e viceversa, creando così dei veri e propri rompicapi.
In questo contesto cadrebbe ogni contenzioso sulla cronologia della guerra di Camico perché tutte
le ipotesi apparirebbero plausibili, perfino quella che possa essersi verificato più di uno scontro
militare (XV - XIII - VI a.C.), e che, sull’esempio di Omero, avvenimenti storici diversificati nel
tempo ma accaduti nello stesso territorio possano essere stati assemblati in un unico grande evento,
come risulterebbe dalla seguente combinazione:
epoca storica - insediamento miceneo sulla costa meridionale dell’isola (XV sec.);
grande spedizione navale - arrivo dei profughi sekelesh-cretesi (XIII sec.);
assedio di Camico - tentativo dei Cretesi di Agrigento di ingrandire la colonia di Minoa (VI sec.).
da cui:
in età micenea una grande spedizione navale pose l’assedio a Camico
e da una leggenda non si può pretendere un’esatta cronologia.
 
Cerca
Torna ai contenuti | Torna al menu